Già, perché rispetto all’opera prima di qualche mese fa il taglia e incolla del Nostro è diventato talmente sofisticato da sconfinare nel geniale. Tipo: in “Barbara Bobulova” (forse parente, sia pur alla lontana, di quell’Ana Boranova le cui gesta furono decantate dai Vincisgrassi) confluiscono come se niente fosse i Doors e la sigla dell’“Almanacco del giorno dopo”, “Sono io la falsa modestia” accoglie gli acuti di Ian Gillan intersecandoli al primissimo Franco Battiato.
Geniale, sì, geniale e basta. Con esempi che potrebbero continuare, tra frammenti rubati a Phil Spector o all’inno di Mameli, citazioni degli Skiantos e tanti altri furti, a volte così difficili da riconoscere che il recensore di turno a in certo punto è costretto ad alzare bandiera bianca. Rimane il rammarico per una resa sonora non proprio ai massimi livelli ma, si sa, il lo-fi è fico.
E se poi qualcuno dovesse rimanerci male anche per l’eccesso di cazzi, fighe (pardon, fiche) e quant’altro (leggasi bestemmie) sbattuti tra le liriche del disco (chissà cosa ne direbbe Sigmund Freud) si potrebbe ribattere, non senza attingere a quella banalità accennata poco sopra, che a essere volgare è il nostro modo di vivere e non il povero Vanni Fabbri. Oppure di mettersi il cuore in pace e di non rompere i coglioni.
Giuseppe Catani, ROCKIT
www.rockit.it
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